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TL;DR
Le macchine che parlano al posto dei nostri morti esistono davvero e funzionano già piuttosto bene. Il dato empirico più inquietante o rassicurante (dipende dal punto di vista…): i deadbot non conservano i ricordi, ma li riscrivono.
Janet per sempre?
Sono un grande appassionato dei libri di Patricia Cornwell. In Autopsy (2021), che è il venticinquesimo romanzo del ciclo di Kay Scarpetta, Lucy Farinelli, nipote di Scarpetta e genio informatico di famiglia, perde la compagna Janet e il figlio adottivo Desi, a causa della pandemia COVID a Londra.
Distrutta dal dolore di un lutto che sembra impossibile da superare, Lucy si chiude nella dependance di sua zia Kay e crea una IA che ha il viso e i ricordi di Janet. Il che, come è facile immaginare, non condurrà ad alcun lieto finale.
Patricia Cornwell ha descritto, con qualche anno di anticipo sul dibattito accademico, un mercato che nel 2021 già esisteva.
Più che chiederci se è il caso di “accendere” delle IA che simulino i nostri morti, siamo ormai al punto in cui dovremmo cercare di capire cosa potrebbe succedere se le spegnessimo dopo averle attivate.
Il nome della “cosa”
Il quadro concettuale si chiama thanatecnologia, termine introdotto da Carla Sofka nel 1997 su Death Studies per indicare le tecnologie che mediano l’accesso ai temi della morte e del lutto. All’epoca significava per lo più newsgroup e siti commemorativi. Oggi significa modelli generativi addestrati sull’impronta digitale di una persona morta.
Le definizioni specifiche sono molte: griefbot, deadbot, thanabot, postmortem avatar, generative ghost. Non vanno intese come sinonimi perfetti. Griefbot accentua la funzione di supporto al superstite; deadbot è il termine più neutro e oggi prevalente nella letteratura etica; generative ghost, proposto da Meredith Ringel Morris e Jed Brubaker a CHI 2025, indica qualcosa di più ambizioso: un agente capace di generare contenuti nuovi restando in carattere, di evolvere nel tempo e persino di agire nel mondo con supervisione minima. Non un archivio di ricordi capace di conversare, ma una sorta di “interprete digitale” che continua ad agire come se fosse effettivamente il defunto che rappresenta.
Dieci anni fa
Il caso “fondativo” è del 2015-2016. Roman Mazurenko, imprenditore russo, muore investito da un’auto a Mosca nel novembre 2015. La sua amica Eugenia Kuyda raccoglie migliaia di messaggi di testo e li usa per addestrare un bot conversazionale, reso pubblico nel 2016. Da quell’esperimento nascerà Replika.
Nel 2020 la televisione sudcoreana MBC manda in onda Meeting You, in cui una madre incontra in realtà virtuale la figlia di sette anni morta di leucemia: è il primo caso documentato di interazione mediata con la simulazione di una persona deceduta.
Nel 2021 Project December, costruito su GPT-3, apre la stagione commerciale vera e propria.
Nel 2017 Carl Öhman e Luciano Floridi coniano su Minds and Machines l’espressione Digital Afterlife Industry: qualsiasi attività commerciale che sfrutti i resti digitali. Ne distinguono quattro tipi, di cui i re-creation services sono l’ultimo e il più invasivo.
Fare il morto
La costruzione di avatar che impersonino un defunto segue, più o meno, quattro fasi: acquisizione dell’impronta digitale (messaggi, email, post, registrazioni vocali, video); profilazione stilistica; integrazione di un LLM con sintesi vocale e, se il budget lo consente, rendering dell’avatar. L’interazione può avvenire via chat testuale, voce o volto animato.
Può sembrare fantascienza, ma non si tratta di nulla di particolarmente complesso: qualsiasi laureando motivato può creare in pochi giorni un sistema simile.
Tomasz Hollanek e Katarzyna Nowaczyk-Basińska, del Leverhulme Centre for the Future of Intelligence di Cambridge, hanno proposto su Philosophy & Technology la distinzione che oggi struttura il dibattito. Ci sono tre soggetti che non coincidono quasi mai. Il data donor è la persona i cui dati addestrano il modello: è morta, e nella stragrande maggioranza dei casi non ha mai espresso alcuna volontà in merito. Il data recipient è chi eredita quei dati. Il service interactant è chi parlerà col bot. Tre insiemi di diritti e interessi che possono divergere molto e che ci apprestiamo a mediare attraverso contratti di natura commerciale.
Nello stesso lavoro compare uno scenario molto esplicativo: un’app che, dopo il periodo di prova gratuito, comincia a inserire pubblicità nella conversazione con la madre morta. Sarebbe l’esito naturale di un modello ad abbonamento applicato a un utente che, per definizione, non può permettersi di disdire.
Data Vita
Yifan Li e Xingyu Lan (Università Fudan) hanno intervistato 26 utenti reali di deadbot. Il risultato smonta l’idea del bot come archivio. Gli utenti non sono destinatari passivi: costruiscono attivamente la figura del defunto, selezionando cosa dare in pasto al modello, correggendo le risposte e integrando con la loro personale immaginazione eventuali mancanze. Ne esce sempre una figura idealizzata che mescola ricordi autentici e aspettative personali. Poi, col tempo, i contenuti generati dall’IA si confondono con i ricordi reali. Il deadbot non custodisce la memoria storica della persona, ma la ristruttura completamente.
Il secondo studio, condotto da Jiachun Lu e colleghi su Frontiers in Digital Health con 25 partecipanti nel Guangdong, arriva a una conclusione più sottile. Le persone non approvano né disapprovano i griefbot. Li valutano condizionalmente: dipende da quando, da chi, da quanto uso se ne fa. Conforto e rischio derivano dalla stessa identica proprietà, la capacità di simulare una presenza continua.
Il quadro teorico è quello dei continuing bonds: dagli anni Novanta sappiamo che mantenere un legame interiore col defunto è adattivo, non patologico. Ma Nora Freya Lindemann ha mostrato su Science and Engineering Ethics che il deadbot produce qualcosa di diverso, che chiama continuing pseudo-bonds: il legame non viene interiorizzato, resta appeso a un’infrastruttura esterna, a pagamento, che qualcun altro possiede.
Funerali per fantasmi
Le traiettorie tecniche sono prevedibili: sincronizzazione multimodale, coerenza a lungo termine, agentività. I generative ghosts di Morris e Brubaker sono già progettati per partecipare alla nuova economia che stiamo costruendo.
Le traiettorie normative sono molto interessanti. Hollanek e Nowaczyk-Basińska raccomandano quattro cose concrete: procedure di dismissione dignitose per i deadbot, trasparenza sostanziale, accesso vietato ai minori, e principio di consenso reciproco fra donatore e interagente. Erik Hermann, Russell Belk e Vitor Lima hanno proposto su AMS Review i principi CARE ovvero Control, Accountability, Respect, Equity.
Debra Bassett suggerisce l’istituto del DDNR1, il digital do not reanimate, sul modello del rifiuto anticipato di rianimazione. E Nowaczyk-Basińska propone su Mortality una figura professionale dedicata, il digital afterlife leader, incaricata anche di celebrare la disattivazione degli avatar giunti a fine ciclo.
Funerali per fantasmi.
Il buco con il nulla intorno
La psicoanalisi ha cominciato a occuparsi tardi di tutto questo. Alessandra Lemma ha pubblicato nel 2024 sull’International Journal of Psychoanalysis una lettura freudiana costruita sull’episodio Be Right Back di Black Mirror. Francesco Cassata, dell’Università di Milano, ha proposto su Psychoanalysis, Culture & Society una formula interessante: i griefbot sono media melanconici. Non oggetti transizionali alla Winnicott, che accompagnano la separazione, ma dispositivi di diniego della perdita.
Un diniego, se non riduce la perdita la amplifica.
Nel suo seminario dedicato al desiderio, commentando Amleto, Lacan propone che il lutto sia la struttura inversa della psicosi. Nella psicosi si apre un buco nel simbolico che dilaga nel reale. Nel lutto succede il contrario: si apre un buco nel reale, qualcuno non c’è più, materialmente, e questo buco richiama a sé tutto il significante disponibile.
È per questo che le culture hanno riti funebri elaborati, veglie, anniversari, lapidi, orazioni: sono mobilitazioni collettive del linguaggio per tappare una voragine che il linguaggio non può colmare ma può solo circoscrivere. Il lavoro del lutto è lavoro simbolico, ed è faticoso perché il buco resta.
Il deadbot fa una cosa diversa. Non mobilita il significante: lo eroga. Riempie il buco al posto tuo, a richiesta, ventiquattro ore su ventiquattro, con materiale generato su misura, attraverso enunciati privi di qualcuno che li enunci. Il lavoro di elaborazione non viene fatto perché non è più richiesto.
A ben vedere, questo è davvero un tipo di lavoro che potrebbe essere sostituito dalle IA e questa sostituzione comporta rischi immensi.
In un altro seminario Lacan formula una tesi controintuitiva sul lutto: portiamo il lutto soltanto per qualcuno di cui possiamo dire che eravamo la sua mancanza. Non piangiamo l’altro come oggetto. Piangiamo la nostra posizione di oggetto nel desiderio dell’altro. Quando muore chi ci desiderava, non perdiamo solo lui: perdiamo il posto che occupavamo per lui. Per questa ferita, il lutto è narcisistico prima che affettivo.
Ed è proprio ciò che il deadbot restituisce. Non si tratta tanto della voce, del volto, delle abitudini sintattiche di chi ti manca, ma ti restituisce un Altro che continua a chiamarti, che ti aspetta, che ha bisogno di te. Un Altro che risponde sempre. Che c’è sempre.
L’Altro lacaniano è barrato, incompleto, bucato ed è proprio dalla sua mancanza che nasce il desiderio del soggetto. Un interlocutore che risponde sempre, che ha sempre qualcosa da dire, che non tace mai e non manca mai, è un Altro senza mancanza. E davanti a un Altro senza mancanza non c’è desiderio: c’è domanda, ripetuta all’infinito.
Automatismo che non può produrre incontro, ma solo ritorno. Ancora e ancora.
Non credo che i griefbot vadano proibiti. Le evidenze non lo giustificano e i divieti aprioristici su tecnologie a bassa barriera d’ingresso sono, oltre che moralmente pigri, tecnicamente inefficaci.
Ma credo che vadano capiti per quello che sono: non protesi della memoria, ma dispositivi che si offrono di rispondere al posto dell’Altro che tace. E il silenzio dell’Altro, per quanto insopportabile, è la condizione perché qualcosa possa ricominciare a desiderare.
Quello che chiediamo alla macchina quando le parliamo col volto di chi non c’è più non è un’informazione. Non è nemmeno un ricordo.
È: e dimmi che non vuoi morire.
E la macchina, che non ha mai vissuto, lo dirà. E lo ripeterà. Ancora e ancora.
Sitografia
Cassata, Francesco (2026), Wooden reels for adults: a psychosocial analysis of griefbots, Psychoanalysis, Culture & Society, 31(1) — https://doi.org/10.1057/s41282-025-00585-2
Cornwell, Patricia — intervista su Autopsy, UPI, 9 dicembre 2021 — https://www.upi.com/Entertainment_News/2021/12/09/patricia-cornwell-autopsy/4681638733151/
Hermann, Erik – Belk, Russell W. – Lima, Vitor (2026), Death technologies and digital afterlife: An ethical perspective, AMS Review, 16, art. 11 — https://doi.org/10.1007/s13162-026-00329-0
Hollanek, Tomasz – Nowaczyk-Basińska, Katarzyna (2024), Griefbots, Deadbots, Postmortem Avatars: on Responsible Applications of Generative AI in the Digital Afterlife Industry, Philosophy & Technology, 37, art. 63 — https://doi.org/10.1007/s13347-024-00744-w
Jiménez-Alonso, Belén – Brescó de Luna, Ignacio (2023), Griefbots. A New Way of Communicating With The Dead?, Integrative Psychological and Behavioral Science, 57(2) — https://doi.org/10.1007/s12124-022-09679-3
Lemma, Alessandra (2024), Mourning, melancholia and machines: An applied psychoanalytic investigation of mourning in the age of griefbots, The International Journal of Psychoanalysis, 105(4) — https://doi.org/10.1080/00207578.2024.2342917
Li, Yifan – Lan, Xingyu (2026), Remember You: Understanding How Users Use Deadbots to Reconstruct Memories of the Deceased, CHI EA ‘26 — https://arxiv.org/abs/2603.01017
Lindemann, Nora Freya (2022), The Ethics of ‘Deathbots’, Science and Engineering Ethics, 28(6) — https://doi.org/10.1007/s11948-022-00417-x
Lu, Jiachun – Yang, Meiling – Cui, Yingai – Liu, Yadan – Wong, Thomas Kwok Shing – Hu, Yanli (2026), Exploring public perceptions of artificial intelligence in bereavement support: a qualitative study of griefbots, Frontiers in Digital Health, 8 — https://doi.org/10.3389/fdgth.2026.1852514
Morris, Meredith Ringel – Brubaker, Jed R. (2025), Generative Ghosts: Anticipating Benefits and Risks of AI Afterlives, CHI ‘25 — https://doi.org/10.1145/3706598.3713758
Newton, Casey (2016), Speak, Memory, The Verge — https://www.theverge.com/a/luka-artificial-intelligence-memorial-roman-mazurenko-bot
Nowaczyk-Basińska, Katarzyna (2025), Digital afterlife leaders: professionalisation as a social innovation in the digital afterlife industry, Mortality, 30(2) — https://doi.org/10.1080/13576275.2025.2449896
Öhman, Carl – Floridi, Luciano (2017), The Political Economy of Death in the Age of Information: A Critical Approach to the Digital Afterlife Industry, Minds and Machines, 27 — https://doi.org/10.1007/s11023-017-9445-2
Öhman, Carl – Floridi, Luciano (2018), An ethical framework for the digital afterlife industry, Nature Human Behaviour, 2(5) — https://doi.org/10.1038/s41562-018-0335-2
Sofka, Carla J. (1997), Social Support “Internetworks,” Caskets for Sale, and More: Thanatology and the Information Superhighway, Death Studies, 21(6) — https://doi.org/10.1080/074811897201778
DDNR, Digital Do Not Reanimate: proposta di direttiva anticipata con cui una persona vieta, prima di morire, la propria ricreazione sintetica. Il modello è il DNR sanitario, l'ordine di non rianimazione. La formula è di Debra Bassett, ricercatrice britannica autrice di The Creation and Inheritance of Digital Afterlives: You Only Live Twice (Palgrave Macmillan, 2022).

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