Who watches the watchmen?
Traduzione e commento del manifesto "The Technological Republic" pubblicato da Palantir.
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Lo scorso 18 aprile l’account ufficiale di Palantir Technologies ha pubblicato su X un thread di oltre mille parole intitolato «Because we get asked a lot. The Technological Republic, in brief». Il post raccoglie in ventidue punti la sintesi del libro The Technological Republic: Hard Power, Soft Belief, and the Future of the West, scritto dall’amministratore delegato Alexander C. Karp insieme a Nicholas W. Zamiska, capo degli affari societari dell’azienda. In poche ore il thread ha superato i 21 milioni di visualizzazioni e ha attirato reazioni di portata insolita per un documento aziendale: il filosofo della tecnologia Mark Coeckelbergh (Università di Vienna) lo ha definito «un esempio di tecnofascismo», l’economista Yanis Varoufakis ha parlato di «ideologia spaventosa», e almeno un parlamentare britannico ha chiesto una revisione dei contratti tra governo e Palantir.
Il fatto che un appaltatore privato, titolare di contratti multimilionari con il Dipartimento della Difesa statunitense, l’U.S. Immigration and Customs Enforcement (ICE), il ministero della Difesa israeliano e varie forze di polizia europee, pubblichi un manifesto politico non è solo curioso, ma rilevante dal punto di vista della teoria democratica, perché rende visibile una fusione tra infrastruttura tecnica e programma ideologico che raramente viene esplicitata in forma così compatta.
Questo articolo è una traduzione in italiano dei ventidue punti con un breve commento personale a ognuno.
Una nota preliminare su Karp: laureato in legge a Stanford, dove conobbe Peter Thiel1, ha conseguito il dottorato nel 2002 alla Goethe Universität di Francoforte con una tesi in teoria sociale neoclassica dal titolo Aggression in der Lebenswelt. Secondo diverse fonti biografiche il suo mentore di riferimento era Jürgen Habermas, anche se la supervisione finale della dissertazione fu assunta dalla sociologa Karola Brede. Si tratta di un dettaglio non irrilevante: l’autore del manifesto viene dalla tradizione della Teoria Critica, quella che ha dedicato decenni a diagnosticare i rischi totalitari della ragione strumentale.
Karp, oggi, ne sta incarnando una versione difficile da non leggere come rovesciata.
Premessa
Diverse tesi di questo manifesto si appoggiano, più o meno esplicitamente, alla tradizione realista delle relazioni internazionali: da Tucidide a Machiavelli, da Hobbes a Clausewitz, fino alla scuola realista novecentesca di Hans Morgenthau, Kenneth Waltz e John Mearsheimer. La massima si vis pacem, para bellum di Vegezio e il concetto di long peace coniato dallo storico John Lewis Gaddis per descrivere i settantacinque anni senza conflitto diretto tra grandi potenze dopo il 1945 sono strumenti concettuali seri, non propaganda da venditori di pistole del Far West.
Chi liquida senza riflettere tutto questo sta probabilmente facendo pacifismo tra arcobaleni e unicorni.
Ciò non toglie che molti dei concetti base dell’approccio realista mi pare vengano piegati e distorti dal manifesto in modo preoccupante.
I ventidue punti, tradotti e commentati
1. La Silicon Valley ha un debito morale nei confronti del Paese che ne ha reso possibile l’ascesa. L’élite ingegneristica della Silicon Valley ha il dovere di partecipare alla difesa della nazione.
È vero che l’infrastruttura di ricerca e capitale alla base della Silicon Valley come ad esempio DARPA e il sistema universitario pubblico californiano o i contratti militari del dopoguerra, sia stata in larga parte federale. L’idea che chi ha prosperato grazie a beni pubblici abbia qualche obbligo verso la comunità politica che li ha prodotti è una tesi assolutamente rispettabile. Di per sé, non mi pare un’affermazione né fascista né reazionaria. Il problema si pone quando, lungo il resto del manifesto come ad esempio nel punto 6, l’obbligo morale si traduce in coscrizione universale. Il passaggio dalla versione civica debole («contribuire») alla versione forte («essere arruolati») è il salto da una posizione filosofica a un programma politico.
2. Dobbiamo ribellarci alla tirannia delle app. L’iPhone è forse il nostro più grande successo creativo, se non addirittura il coronamento della nostra civiltà? Questo oggetto ha cambiato le nostre vite, ma ora potrebbe anche limitare e restringere la nostra percezione di ciò che è possibile.
Anche qui, concordo con le premesse: è sostanzialmente la versione aziendale della tesi di Peter Thiel («volevamo auto volanti, abbiamo ottenuto messaggini da 140 caratteri»). L’accusa di mediocrità all’industria software consumer è plausibile; ma diventa sospetta quando l’alternativa proposta è, implicitamente, l’industria del targeting militare.
3. La posta elettronica gratuita non basta. La decadenza di una cultura o di una civiltà, e di fatto della sua classe dirigente, potrà essere perdonata solo se quella cultura sarà in grado di garantire crescita economica e sicurezza alla popolazione.
Qui il soggetto implicito è la critica populista al tech billionaire. E manca la componente procedurale. La domanda «sicurezza fornita da chi, con quale controllo democratico?» rimane senza risposta. Who watch the watchmen?
4. I limiti del soft power, della sola retorica altisonante, sono stati messi a nudo. La capacità delle società libere e democratiche di prevalere richiede qualcosa di più di un semplice appello morale. Richiede hard power, e in questo secolo l’hard power si fonderà sul software.
Questa mi sembra la tesi centrale del post, e anche quella commercialmente più trasparente: hard power si costruisce sul software, e il software lo vendiamo noi. Joseph Nye, che ha coniato l’espressione soft power nel 1990, non ha mai sostenuto che il soft power dovesse sostituire quello hard: la sua formula ne vedeva il congiungimento nello smart power, la combinazione intelligente dei due. Il manifesto usa la distinzione in modo non-neutrale: il soft power è squalificato come insufficiente, mentre l’hard power è presupposto come unico terreno di efficacia. Mezzo secolo di letteratura sulla deterrenza suggerirebbe un quadro più articolato, in cui hard e soft non sono alternativi ma complementari e in cui la credibilità del primo dipende dalla tenuta istituzionale del secondo.
5. La questione non è se verranno costruite armi basate sull’intelligenza artificiale, ma chi le costruirà e a quale scopo. I nostri avversari non si fermeranno a dedicarsi a dibattiti di facciata sui meriti dello sviluppo di tecnologie con applicazioni cruciali per la sicurezza militare e nazionale. Andranno avanti.
Questa è una faccenda seria. Il dilemma della sicurezza, la struttura di gioco per cui il disarmo unilaterale di A, a fronte del riarmo di B, produce l’esito peggiore per A è un problema reale, studiato in teoria dei giochi e in relazioni internazionali da decenni. Ma Karp lo usa per chiudere il dibattito etico, invece di affrontare la domanda realista classica: quali vincoli, verifiche e architetture di controllo rendono la corsa sostenibile invece che catastrofica? Proprio perché il dilemma è reale, la letteratura sul controllo degli armamenti (SALT, START, convenzione sulle armi chimiche, TNP, Convenzione di Ottawa) ha dedicato sessant’anni a costruire meccanismi di mutua limitazione.
6. Il servizio militare dovrebbe essere un dovere universale. Come società, dovremmo valutare seriamente l’idea di abbandonare il modello di esercito interamente volontario e combattere la prossima guerra solo se tutti ne condivideranno i rischi e i costi.
Il punto più provocatorio del documento, su cui ho due osservazioni. Primo: chi scrive è un’azienda che vende software per la prossima guerra, dunque ha un interesse economico diretto nel concetto di «prossima guerra». Secondo: il manifesto non discute se la prossima guerra sia necessaria: la dà per scontata, e chiede la condivisione del costo.
7. Se un marine statunitense chiede un fucile migliore, dovremmo costruirlo e lo stesso vale per il software. Come nazione, dovremmo essere in grado di portare avanti un dibattito sull’opportunità di un intervento militare all’estero, pur rimanendo saldi nel nostro impegno nei confronti di coloro a cui abbiamo chiesto di esporsi al pericolo.
L’analogia software = fucile è semanticamente rivelatrice: azzera la distinzione tra arma cinetica e sistema algoritmico di targeting. In letteratura sul diritto internazionale umanitario questa sovrapposizione è oggetto di dibattito da oltre un decennio (si vedano i lavori di Human Rights Watch e del Comitato Internazionale della Croce Rossa sui sistemi d’arma autonomi): un software che seleziona e colpisce obiettivi non è paragonabile un fucile, perché modifica la catena di responsabilità nell’abbattimento di target avversari, eliminando quella umana.
8. I funzionari pubblici non devono necessariamente essere i nostri sacerdoti. Qualsiasi azienda che retribuissero i propri dipendenti come fa il governo federale con i funzionari pubblici avrebbe difficoltà a sopravvivere.
L’argomento sulla retribuzione pubblica è discutibile: studi comparativi mostrano che le retribuzioni del pubblico impiego statunitense sono inferiori a quelle del settore privato per le alte qualifiche ma superiori per le basse, con un quadro mediano vicino al settore privato. Più interessante è il sottotesto: la svalutazione simbolica del servizio pubblico.
9. Dovremmo mostrare molta più clemenza nei confronti di chi ha scelto di dedicarsi alla vita pubblica. L’eliminazione di ogni margine di perdono — l’abbandono di ogni tolleranza nei confronti delle complessità e delle contraddizioni della psiche umana — potrebbe lasciarci con una schiera di personaggi al timone di cui finiremo per pentirci.
Tesi ragionevole in astratto (la cancel culture come erosione dello spazio di redenzione è oggetto di serio dibattito accademico). Ma il soggetto tacito è selettivo: la clemenza è invocata solo per le figure pubbliche potenti, ma non si fa menzione dei soggetti della sorveglianza predittiva che la stessa Palantir fornisce alle forze dell’ordine.
10. La psicologizzazione della politica moderna ci sta portando fuori strada. Chi guarda all’arena politica per nutrire la propria anima e il proprio senso di identità, chi fa troppo affidamento sulla propria vita interiore sperando che trovi espressione in persone che forse non incontrerà mai, rimarrà deluso.
Osservazione molto interessante, ma funziona solo se vale contemporaneamente per chi si identifica con figure progressiste e per chi si identifica con figure reazionarie. Letta nel contesto del manifesto è innegabile che si verifichi una certa asimmetria.
11. La nostra società è diventata troppo ansiosa di affrettare la fine dei propri nemici e spesso ne gioisce. La sconfitta di un avversario è un momento in cui fermarsi a riflettere, non per esultare.
Il punto 11 è forse quello più coerente di tutti: la dichiarazione, in forma filosoficamente cortese, che il conflitto è condizione e non eccezione. E questo, incidentalmente, è anche il contrario esatto della long peace evocata poi al punto 14, dove il non-conflitto tra grandi potenze è presentato come il risultato da preservare. Non mi pare che le due cose possano stare insieme senza attrito.
12. L’era atomica sta volgendo al termine. Un’era della deterrenza, l’era atomica, sta volgendo al termine, e sta per iniziare una nuova era della deterrenza basata sull’intelligenza artificiale.
Tesi azzardata. L’arsenale nucleare globale, secondo il SIPRI Yearbook 2025, non sta affatto diminuendo: al contrario, Stati Uniti, Russia e Cina lo sta espandendo. La «deterrenza basata sull’I.A.» è un concetto senza dottrina militare consolidata né verifica empirica. Varoufakis ha osservato che il punto 12, di fatto, propone di aggiungere alla deterrenza nucleare una deterrenza algoritmica, non di sostituirla. Per quel che vale, su questo concordo senza riserve.
13. Nessun altro paese nella storia del mondo ha promosso i valori progressisti più di questo. Gli Stati Uniti sono ben lungi dall’essere perfetti. Ma è facile dimenticare quante più opportunità esistano in questo paese per chi non appartiene alle élite ereditarie rispetto a qualsiasi altra nazione del pianeta.
Affermazione corretta, ma solo in parte. I dati OCSE sulla mobilità sociale intergenerazionale collocano gli Stati Uniti al di sotto di Danimarca, Norvegia, Finlandia, Canada, Australia, Germania (anche se i dati che ho letto potrebbero non riflettere più lo status della Germania di oggi). Il sogno americano è statisticamente più vivo a Copenaghen che a Detroit. Più in profondità: la tradizione realista classica ha sempre considerato l’auto-percezione di eccezionalità morale come il pericolo principale di una potenza egemone, perché una potenza che si crede buona non si dà limiti.
14. Il potere americano ha reso possibile un periodo di pace straordinariamente lungo. Troppi hanno dimenticato, o forse danno per scontato, che nel mondo regni da quasi un secolo una qualche forma di pace, senza che si sia verificato alcun conflitto militare tra grandi potenze. Almeno tre generazioni — miliardi di persone, i loro figli e ora i loro nipoti — non hanno mai conosciuto una guerra mondiale.
Vero: la long peace di John Lewis Gaddis ovvero l’assenza di conflitti diretti tra grandi potenze dopo il 1945 è un fatto storico assoluto. Per miliardi di persone, l’assenza di una terza guerra mondiale è stata la precondizione di ogni altra cosa: sviluppo economico, espansione dei diritti, crescita dell’aspettativa di vita. Chi nega questo, nega l’evidenza. Ma la long peace riguarda strettamente le grandi potenze tra loro. Nello stesso arco temporale, gli Stati Uniti hanno condotto oltre trecento interventi militari, contro almeno trenta paesi diversi. La pax del centro ha coesistito (si è basata?) con la guerra costante in periferia. E certo, si può e si deve fare tutto ciò che deve essere fatto, ma bisogna farlo avendo piena coscienza di cosa si sta facendo. La pace costa.
15. La smilitarizzazione postbellica della Germania e del Giappone deve essere revocata. L’indebolimento della Germania è stata una correzione eccessiva per la quale l’Europa sta ora pagando un prezzo molto alto. Un impegno analogo e altamente teatrale a favore del pacifismo giapponese, se mantenuto, rischia anch’esso di alterare l’equilibrio di potere in Asia.
Punto commercialmente trasparente: un’industria tedesca e giapponese rimilitarizzate sarebbero due nuovi mercati enormi per chi vende software di difesa.
16. Dovremmo applaudire chi cerca di costruire là dove il mercato non è riuscito ad agire. La cultura quasi ghigna di fronte all’interesse di Musk per le grandi visioni, come se i miliardari dovessero limitarsi a occuparsi esclusivamente di arricchirsi... Qualsiasi curiosità o interesse genuino per il valore di ciò che ha creato viene sostanzialmente liquidato, o forse si nasconde dietro un disprezzo malcelato.
Difesa di Elon Musk dal sapore corporativista. Osservazione francamente secondaria rispetto al resto del manifesto.
17. La Silicon Valley deve assumere le proprie responsabilità nella lotta alla criminalità violenta. Molti politici negli Stati Uniti hanno sostanzialmente voltato le spalle alla questione della criminalità violenta, rinunciando a qualsiasi impegno concreto per affrontare il problema o a prendersi rischi nei confronti dei propri elettori o finanziatori nel proporre soluzioni e sperimentazioni in quello che dovrebbe essere un tentativo disperato di salvare vite umane.
La premessa che la criminalità sia un’emergenza trascurata, è assolutamente infondata. Se tradotto in chiave commerciale, questo punto è un invito rivolto alle amministrazioni statali e locali ad acquistare strumenti di predictive policing, tecnologie la cui efficacia empirica è piuttosto contestata in letteratura criminologica.
18. La spietata esposizione della vita privata dei personaggi pubblici allontana fin troppo talento dal servizio pubblico. La sfera pubblica — con i suoi attacchi meschini e superficiali contro chi osa fare qualcosa di diverso dall’arricchirsi — è diventata così feroce che alla repubblica non resta che una schiera consistente di figure inefficaci e vuote, la cui ambizione si potrebbe perdonare se in fondo nascondessero una qualche autentica convinzione.
Variante estesa del punto 9. La premessa empirica («i talenti migliori evitano il servizio pubblico per paura del gogna mediatica») merita comunque riflessione.
19. La cautela nella vita pubblica che inconsapevolmente incoraggiamo è deleteria. Chi non dice nulla di sbagliato spesso non dice quasi nulla.
Osservazione condivisibile: l’autocensura preventiva è un problema reale per il discorso pubblico. L’ironia è che il punto è pubblicato da un’azienda il cui prodotto più venduto è l’infrastruttura per la sorveglianza di massa: il freno principale al parlar liberamente, nel 2026, non è la cultura del call-out, è la sensazione di essere osservati.
20. Bisogna opporsi all’intolleranza diffusa nei confronti delle credenze religiose che caratterizza certi ambienti. L’intolleranza delle élite nei confronti delle credenze religiose è forse uno dei segni più eloquenti del fatto che il loro progetto politico costituisce un movimento intellettuale meno aperto di quanto molti al suo interno vorrebbero far credere.
Qui ho qualche perplessità. Opporsi all’intolleranza nei confronti delle credenze religiose potrebbe sembrare una cosa auspicabile. Ma il contesto generale rende tutto più complesso: ad esempio, Peter Thiel è un esplicito sostenitore di letture religioso-apocalittiche dell’I.A. In linea generale, tenderei a interpretare la rivendicazione della religiosità non come appello al pluralismo inter-confessionale ma come marcatore di identificazione con un’ala specifica di un certo tipo di conservatorismo.
21. Alcune culture hanno compiuto progressi fondamentali; altre rimangono disfunzionali e regressive. Tutte le culture sono ora uguali. Le critiche e i giudizi di valore sono vietati. Eppure questo nuovo dogma sorvola sul fatto che alcune culture, e anzi alcune sottoculture hanno prodotto meraviglie. Altre si sono rivelate mediocri e, peggio ancora, regressive e dannose.
Questo è il punto dove il manifesto assume il tono più esplicitamente politico. Da un punto di vista scientifico, è un’affermazione che la letteratura antropologica ha discusso ampiamente, senza mai concludere in modo univoco. Il problema non mi sembra la tesi in sé, ma il fatto che il manifesto non nomini quali culture stia additando come regressive. Nell’ambiguità strategica del non-detto, il lettore è lasciato libero di proiettare.
22. Dobbiamo resistere alla tentazione superficiale di un pluralismo vuoto e privo di significato. Noi, in America e più in generale in Occidente, negli ultimi cinquant’anni abbiamo evitato di definire le culture nazionali in nome dell’inclusività. Ma inclusività rispetto a cosa?
La domanda retorica finale — inclusività rispetto a cosa? — è la chiave di volta del manifesto. E qui mi pare che la tesi implicita sia che una collettività per funzionare debba definirsi anche per esclusione.
Considerazioni finali
Alcuni punti del manifesto contengono “diagnosi” che, isolate, sono condivisibili. La mediocrità dell’industria tech consumer, l’erosione dello spazio di perdono pubblico, i rischi della politica come proiezione narcisistica, l’autocensura preventiva sono questioni gravi e reali.
Ma il documento nel suo insieme non è la semplice somma dei suoi punti. La differenza tra il realismo classico e questo manifesto si può riassumere in quattro passaggi dove la critica va tenuta ben ferma.
Primo: il realismo è pessimista sul potere, incluso quello proprio. Morgenthau dedicava capitoli interi al pericolo dell’hybris della potenza egemone; Kennan metteva in guardia dal moralismo-legalismo. Karp afferma che «nessun altro Paese nella storia ha promosso valori progressisti più di questo». Questo non è realismo.
Secondo: la tradizione della pax ha sempre tenuto la contabilità tragica dei propri costi. Il manifesto di Karp non contiene una sola riga in merito al costo della pax americana per chi l’ha subita in “periferia”. Questa è la rimozione della dimensione tragica che il realismo serio ha sempre considerato essenziale alla propria visione della realtà.
Terzo: c’è una differenza decisiva tra si vis pacem para bellum e si vis pacem fac bellum. Vegezio dice la prima cosa: se vuoi la pace, preparati alla guerra. Il manifesto suggerisce invece di costruire l’infrastruttura della guerra permanente come condizione normale di una posizione egemonica. Per di più, il manifesto di Palantir propone un appaltatore privato come autore di dottrina strategica.
Quarto: la deterrenza funziona se e solo se l’attore deterrente è percepito come vincolato. Vincolato da istituzioni, da alleanze, da diritto internazionale, da contro-poteri interni. Un deterrente senza vincoli non è deterrente, è minaccia unilaterale e storicamente produce coalizioni di bilanciamento. Il manifesto spinge per la rimozione dei vincoli: meno regole d’ingaggio sull’I.A., meno scrutinio dei potenti, meno trasparenza pubblica, più compenetrazione non-mediata tra tecnologia privata e decisione statale. Questa non è l’architettura della pace egemonica classica. Qui si auspica potere che possa decidere senza mediazioni.
Karp ha ogni diritto di esprimere e sostenere le proprie opinioni. Ma chi legge ha il dovere di ricordare che queste opinioni sono espresse dal CEO di un’azienda che gestisce parti non marginali dell’infrastruttura di sorveglianza, targeting e controllo migratorio del mondo occidentale.
Non si tratta, cioè, di filosofia che galleggia nello spazio, ma di ventidue punti programmatici di un’azienda la cui crescita dipende dalle politiche che sta difendendo.
Peter Thiel (n. 1967), imprenditore e investitore tedesco-americano. Cofondatore di PayPal (1998) e di Palantir Technologies (2003), è stato il primo investitore esterno in Facebook. Attraverso il Founders Fund e Mithril Capital ha finanziato numerose aziende tech. Pubblicamente schierato con Donald Trump dal 2016, è una delle figure ideologiche di riferimento della destra tecnologica statunitense; nei propri scritti (in particolare Zero to One, 2014) e nelle conferenze pubbliche adotta frequentemente un quadro interpretativo che combina teoria politica conservatrice, riferimenti schmittiani e retorica cristiana escatologica, in particolare sul tema dell’I.A.

