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TL;DR
Nel 1979 un biologo con un dottorato al MIT fece entrare la meditazione buddhista in un ospedale americano, sostituendo il Buddha con molta scienza e un lessico di natura cibernetica. Da allora la mindfulness è arrivata ovunque, dagli ospedali alle carceri. Questo è il primo di una serie di post sui rapporti tra meditazione tradizionale, mindfulness e, logicamente, cibernetica.
D’estate attraverso a nuoto la baia che ho davanti casa. Sono circa tre chilometri, e quando sono allenato ci metto più o meno un’ora e mezza. Nuoto come un orso vecchio, molto piano, tenendo il naso sollevato sul pelo d’acqua, giusto il minimo che serve per respirare. Il corpo si allunga, il respiro entra ed esce, e il tempo smette di esistere. Un’ora e mezza per me dura un istante. Provo un piacere leggero e costante, mai eccessivo, e più di una volta sono arrivato in uno stato simile al dormiveglia. In mezzo al mare. Non la consiglio come tecnica di sicurezza in acqua.
Quella che faccio nuotando è una “pratica di consapevolezza”, e l’ho imparata da un protocollo che si chiama MBSR1. Essere anche maestro di meditazione Zen Rinzai è stato un bell’aiuto per prendere confidenza con questa pratica. In realtà, avrei tranquillamente potuto continuare a praticare nel modo che ho appreso a Bukkosan Zenshinji dal Maestro Engaku Taino e dai suoi successori. Ma quando ho sentito la necessità di un metodo da portarmi dietro ogni giorno, qualunque cosa avessi da fare e persino durante una nuotata, ho sentito più giusto per me quello libero da ogni vincolo religioso.
Prendendo un po’ in giro le solite storielle zen, potrei dire che arrivare a fare a meno del buddhismo è probabilmente lo scopo ultimo del buddhismo.
Un biologo al decimo giorno
Jon Kabat-Zinn aveva fatto il dottorato in biologia molecolare al MIT, nel laboratorio di Salvador Luria, premio Nobel, e racconta che sapeva bene che abbandonare quella strada avrebbe significato deludere profondamente il suo relatore e, naturalmente, suo padre, anche lui scienziato. Ma è nella delusione dei padri che spesso sobbolle il destino dei figli e nel 1966, proprio al MIT, Jon Kabat-Zinn aveva incontrato il dharma2 e da allora meditava ogni giorno.
Negli anni successivi fece un po’ di tutto: insegnò genetica, diresse il Cambridge Zen Center come allievo del maestro coreano Seung Sahn, tenne lezioni di yoga in una chiesa di Harvard Square e laboratori di meditazione e stretching per atleti, soprattutto per chi correva. Nel 1976 entrò alla University of Massachusetts Medical School, allora appena nata. Non aveva ancora la più pallida idea di che cosa fare della propria vita e nei suoi scritti si riferisce a questo periodo chiamandolo il suo koan3.
Nella primavera del 1979 partecipò a un ritiro di vipassanā4 di due settimane all’Insight Meditation Society di Barre, nel Massachusetts. Verso il decimo giorno, un pomeriggio, seduto nella sua stanza, ebbe una sorta di “visione”. Lo so, il termine fa pensare a New Age, hippie o peggio. La chiameremo così in mancanza di meglio. Durò pochi secondi e non fu né una fantasticheria, né un flusso di pensieri indipendenti, ma piuttosto una specie di sguardo a volo d’uccello su certe connessioni quasi inevitabili e sulle loro probabili conseguenze.
Intuì un modello di metodo che si poteva mettere in piedi in un ospedale, e vide che cosa ne sarebbe nato se l’idea di fondo si fosse rivelata davvero buona alla prova dei fatti: nuovi campi di ricerca e la possibilità di una vita migliore per migliaia di persone, indipendentemente dal fatto che fossero malati, detenuti o amministratori delegati.
L’intuizione era semplice: portare l’essenza della meditazione a chi non sarebbe mai entrato in un centro di meditazione o in un centro Zen, e non avrebbe mai capito le parole e le forme che si usavano lì. Kabat-Zinn si chiedeva perché non adottare un vocabolario laico e scientifico, che andasse al cuore della faccenda senza passare necessariamente per la cultura dei paesi d’origine né per i dibattiti secolari degli studiosi e dei monaci e, visto che c’era, perché non farlo proprio nell’ospedale in cui lavorava. Gli ospedali, scrisse, sono “calamite di dukkha5”: attirano lo stress, il dolore, la malattia. Luoghi dove la sofferenza esiste e non può essere ignorata.
Un travestimento
Nel settembre del 1979 Kabat-Zinn aprì lo Stress Reduction and Relaxation Program, un programma di riduzione dello stress e di rilassamento. Il nome era studiato. Doveva parlare a medici, infermieri, pazienti e amministratori, e “stress” è una parola che chiunque capisce al volo. C’era anche un motivo più sottile, che Kabat-Zinn raccontò trent’anni dopo: alcuni studiosi traducono proprio con stress il dukkha dei testi buddhisti. Il Buddha e i suoi insegnamenti erano già lì, nel nome stesso, ma nessuno o quasi li avrebbe scorti.
In realtà, all’inizio dovette fare i salti mortali perché il programma non fosse scambiato per una strampalata mistica New Age, e per descrivere la meditazione ai medici scelse una parola che esisteva già da tempo nella letteratura scientifica: autoregolazione. La meditazione diventò “autoregolazione dell’attenzione”.
Della vita del programma alle prese con le politiche gestionali di un ospedale universitario diceva che era come stare con un piede su di un pattino a rotelle e l’altro su una buccia di banana. Ma il programma funzionò piuttosto bene fin da subito e qualche anno dopo venne ribattezzato Stress Reduction Clinic, per allinearlo correttamente a tutti gli altri servizi clinici della struttura.
Nel 1982 uscì il primo studio scientifico. Cinquantuno pazienti con dolore cronico, che la medicina tradizionale non era riuscita ad aiutare, seguirono il metodo di Jon Kabat-Zinn per dieci settimane, e alla fine il 65% aveva ridotto il dolore di almeno un terzo. Lo studio non aveva gruppo di controllo e Kabat-Zinn lo ammetteva nell’articolo stesso. Ma la porta era aperta e l’MBSR era in arrivo.
La lingua dei timonieri
La parola autoregolazione Kabat-Zinn la prese dalla psicologia del suo tempo, che a sua volta l’aveva ereditata da un’altra scienza giovanissima, nata una trentina d’anni prima, la cibernetica. Nel 1948 il matematico Norbert Wiener pubblicò Cybernetics, or Control and Communication in the Animal and the Machine. Fu lui a coniare il nome di questa nuova scienza, dal greco kybernḗtēs, il timoniere6.
L’idea al centro della cibernetica si chiama retroazione negativa7, ed è meno complessa di quanto la sua definizione lasci pensare. Il termostato di casa vostra (perché a casa vostra c’è un termostato, vero?) misura la temperatura, la confronta con quella che avete impostato e, se fa troppo freddo, accende la caldaia. Quando la temperatura sale la spegne. Il sistema guarda l’effetto delle proprie azioni e lo usa per correggersi. Già nel 1943 Wiener, il fisiologo Arturo Rosenblueth e l’ingegnere Julian Bigelow avevano proposto di descrivere così ogni comportamento che abbia uno scopo, senza fare differenza tra animali e macchine.
Un timoniere ha una meta da raggiungere: guarda dove sta andando la barca, confronta l’andatura con la rotta migliore per raggiungere la meta, corregge l’andatura. E alla via così.
Per Wiener, in un mondo in cui il disordine tende a crescere sempre di più, gli organismi (animali e non) sono “isole locali e temporanee di entropia decrescente” come “entità” che, scrive8, “nuotano controcorrente”. Poche pagine dopo aggiunge: “Noi stessi siamo una di queste isole”. Compreso chi attraversa una baia a nuoto, col naso a pelo d’acqua.
Ed ecco che la cibernetica arriva a Kabat-Zinn. Quando spiega da dove ha preso il lessico dell’autoregolazione, cita uno studio del 1976 firmato da Daniel Goleman e da Gary Schwartz9. Schwartz studiava i rapporti fra mente e corpo, e negli anni successivi avrebbe proposto una teoria della disregolazione10, che riportava in medicina il modello della retroazione.
Nella sua teoria il corpo resta in salute finché il cervello riceve un buon segnale di ritorno dagli organi, e lo usa per correggersi come il termostato fa con la temperatura. Se quel segnale si interrompe, per esempio perché le emozioni vengono represse o perché le parti del cervello che dovrebbero ascoltarlo restano scollegate, il sistema perde la rotta e si disregola. Nel 1983 Schwartz studiava questa idea in relazione ai disturbi del cuore e della circolazione.
Vent’anni dopo, in uno studio sulla mindfulness, gli psicologi Kirk Warren Brown e Richard Ryan l’hanno ripresa con esempi molto più quotidiani. Il segnale si perde quando lo mettiamo a tacere, con un antidolorifico, con l’alcol o con altre sostanze prese per curarci da soli. La regolazione salta anche nel caso opposto, quando il segnale arriva e la mente lo ingigantisce, come può succedere in un attacco di panico. In tutti e due i casi, scrivono, prima che torni il benessere serve l’attenzione, che rimette in comunicazione le parti del sistema: la mente e il corpo, oppure i pensieri e i comportamenti.
Ecco perché “autoregolazione” era la parola migliore per far entrare la meditazione in ospedale. Era una parola che i medici conoscevano, che veniva dalla scienza dei sistemi che si governano da soli, e che descriveva abbastanza bene quello che succede quando vi sedete e tornate, ancora e ancora, al respiro e alla consapevolezza dell’istante.
Il primo studio di Kabat-Zinn, quello del 1982, descriveva il meccanismo con parole quasi da ingegnere cibernetico. La meditazione insegnava ai pazienti a osservare con distacco le sensazioni del corpo, e questo sembrava “disaccoppiare” la sensazione del dolore dalla reazione di allarme che di solito le si incolla addosso, riducendo così la sofferenza.
Un mezzo abile
Il saggio in cui Kabat-Zinn racconta tutto questo, pubblicato nel 201111, ha nel titolo un’espressione precisa: skillful means, i “mezzi abili”. Nel testo, parla dell’MBSR come uno dei mezzi abili, forse infiniti, per portare il dharma nel mondo di tutti i giorni. Spiega anche di aver scelto la parola mindfulness come “termine ombrello”, un segnaposto per l’intero dharma: una parola capace di portare con sé molti significati senza doverli dichiarare.
E per quanto possa valere l’opinione di un maestro di Zen che non fa il maestro, credo anche io che si tratti di un mezzo molto abile. E voglio aggiungere che una parte di ciò che si potrebbe perdere lungo questa strada mi pare un bene che vada perso. Ma di questo parleremo in un prossimo post.
E quando il termostato impazzisce?
I termostati vanno bene per le caldaie: accendete e casa si scalda, spegnete e casa si rinfresca. Provate a usare lo stesso schema con la tristezza o l’ira: misurate quanto vi sentite male in confronto a come vorreste sentirvi e vi mettete al lavoro per ridurre la distanza tra i due stati d’animo. Chi ha studiato la mente in questi termini, come lo psicologo Mark Williams, chiama questo modo di funzionare doing mode12, la modalità del fare: una mente che cerca di risolvere la differenza fra lo stato in cui è e quello che desidera. Con le cose che stanno fuori di noi è utilissima. Con le cose che stanno dentro, tutto è molto più complesso.
Pensiamo a un termostato a cui qualcuno cambia di continuo la temperatura impostata: ventuno gradi, poi diciotto, poi venticinque, poi di nuovo diciotto, sempre prima che la stanza abbia avuto il tempo di arrivarci. La caldaia si accende, si spegne, si riaccende. Il termostato fa esattamente il suo mestiere, misura la distanza dal valore impostato e cerca di ridurla, ma quella distanza non arriva mai a zero, perché il bersaglio si sposta mentre lui lo insegue. La casa è sempre troppo calda o troppo fredda, la caldaia non si ferma mai, la bolletta fa paura, e alla fine qualcosa si rompe, anche se il guaio non era in nessun pezzo: era nel valore impostato.
La mente si comporta spesso come un termostato impazzito. E questo ci riporta alle Quattro Nobili Verità del Buddha.
In quello che la tradizione considera il suo primo discorso, il Buddha enuncia quattro verità che chiama “nobili”13. C’è la sofferenza. C’è la sua origine, che è la brama: brama dei piaceri dei sensi, di esistere e persino di non esistere (e io ci aggiungerei quella dei dispiaceri: lo so, sembra strano, ma spesso desideriamo più il dispiacere del piacere). C’è la possibilità che la sofferenza cessi. E c’è un modo che funziona per riuscire a far cessare la sofferenza.
Lette con gli occhi di un professore di cibernetica e non con quelli di un praticante zen, le Quattro Nobili Verità somigliano al meccanismo del termostato impazzito. La sofferenza è la casa che non arriva mai alla temperatura giusta. La brama è la mano che continua a girare la manopola. La terza Verità dice che quella mano si può fermare, la quarta insegna come.
Nei prossimi post le prenderemo in esame una alla volta e le metteremo alla prova della cibernetica e della pratica MBSR. Cominceremo da dove tutto ha origine: la sofferenza, e da due frecce.
P.S.
Visto che abbiamo parlato tanto di autoregolazione, ecco qualcosa con cui giocare in attesa del prossimo post. Nel 1948 uno psichiatra inglese, W. Ross Ashby, finì di costruire nell’ospedale in cui lavorava una macchina che chiamò omeostato: quattro unità collegate, ciascuna capace di disturbare le altre. Quando una di loro usciva dai propri limiti, la macchina cambiava da sola i collegamenti, a caso, finché non ritrovava l’equilibrio. Ashby chiamò questa capacità ultrastabilità, e nel 1949 la rivista Time definì l’omeostato “la cosa più vicina a un cervello sintetico mai progettata dall’uomo”.
Ne ho fatto una simulazione che potete provare nel browser. Tenete premuto il mouse, o il dito, per creare una zona di caos, spingetela contro le cellule e guardate come si riorganizzano. Fa parte di Digital Zoo, un percorso fra i primi automi della cibernetica che ho presentato con i miei colleghi dell’Accademia di Belle Arti di Sassari alla Notte europea dei ricercatori, nel settembre 2026.
Sitografia di riferimento
Brown, K. W., Ryan, R. M. — The benefits of being present: mindfulness and its role in psychological well-being, Journal of Personality and Social Psychology, 2003
Goleman, D. J., Schwartz, G. E. — Meditation as an intervention in stress reactivity, Journal of Consulting and Clinical Psychology, 1976
Kabat-Zinn, J. — An outpatient program in behavioral medicine for chronic pain patients based on the practice of mindfulness meditation, General Hospital Psychiatry, 1982
Kabat-Zinn, J. — Some reflections on the origins of MBSR, skillful means, and the trouble with maps, Contemporary Buddhism, 2011
Rosenblueth, A., Wiener, N., Bigelow, J. — Behavior, Purpose and Teleology, Philosophy of Science, 1943
Schwartz, G. E. — Disregulation theory and disease, Applied Psychology, 1983
SuttaCentral — Dhammacakkappavattana Sutta, SN 56.11, trad. Bhikkhu Sujato
Wiener, N. — Cybernetics: Or Control and Communication in the Animal and the Machine, MIT Press, 1948
Wiener, N. — The Human Use of Human Beings, Houghton Mifflin, 1950
Williams, J. M. G. — Mindfulness, depression and modes of mind, Cognitive Therapy and Research, 2008
MBSR: Mindfulness-Based Stress Reduction, «riduzione dello stress basata sulla consapevolezza». Un programma di meditazione di otto settimane, creato da Jon Kabat-Zinn in un ospedale americano alla fine degli anni Settanta.
Dharma: nel buddhismo, l’insegnamento del Buddha e insieme il modo in cui le cose funzionano.
Koan: nello Zen, soprattutto nella scuola Rinzai, una domanda o un breve dialogo che non si risolve con il ragionamento e che l’allievo deve “passare” in un colloquio privato con il maestro. Uno dei più usati: un monaco chiede al maestro Jōshū se anche un cane abbia la natura di Buddha, e Jōshū risponde “Niente”. Kabat-Zinn usa la parola nel saggio del 2011 di cui si parla più avanti: la domanda su che cosa fare della propria vita, scrive, “era per me un koan personale”.
Vipassanā: parola pāli che in inglese si rende con insight, «intuizione» o «visione profonda». Indica una meditazione di osservazione.
Dukkha: termine pāli che si traduce di solito con «sofferenza» o «insoddisfazione». È la prima delle Quattro Nobili Verità (vedi nota 13).
Timonieri e regolatori: in greco kybernḗtēs è il timoniere, e il verbo kybernáō vuol dire «reggere il timone» e, in senso figurato, «governare». Il latino ne ha fatto gubernare, da cui viene il nostro governare. Wiener ricordava che il primo studio importante sulla retroazione era di James Clerk Maxwell, del 1868, ed era dedicato ai regolatori delle macchine, in inglese governor: “la parola greca per timoniere, latinizzata”. Il governo di uno Stato, il regolatore di una macchina e la cibernetica, dal greco kybernētikḗ, «l’arte del pilota», hanno lo stesso antenato.
Retroazione negativa: in inglese negative feedback. Un sistema misura l’effetto di ciò che fa e lo usa per correggersi, riducendo la distanza da un valore di riferimento. «Negativa» non è un giudizio: vuol dire che la correzione va in senso opposto all’errore.
Wiener lo scrive in The Human Use of Human Beings (1950), nel capitolo “Progress and Entropy”.
Goleman e Schwartz: lo studio è Meditation as an intervention in stress reactivity, «La meditazione come intervento sulla reattività allo stress», uscito nel 1976 sul Journal of Consulting and Clinical Psychology. Sessanta persone, metà meditatori esperti e metà no, meditavano oppure si rilassavano prima di guardare un film pensato per metterle sotto stress, mentre si misuravano il battito del cuore e le reazioni della pelle a ogni scena forte. Chi meditava si abituava prima agli “scossoni” del film e diceva di sentirsi meno in ansia.
Disregolazione: per Schwartz, ciò che succede quando si interrompe la comunicazione fra due parti di un sistema, per esempio il cervello e un organo. L’anello di retroazione non si chiude più e la regolazione salta. È il contrario dell’autoregolazione.
Il saggio del 2011: Some reflections on the origins of MBSR, skillful means, and the trouble with maps, cioè «Qualche riflessione sulle origini dell’MBSR, i mezzi abili e il guaio delle mappe», uscito sulla rivista Contemporary Buddhism in un numero speciale dedicato alla mindfulness. I mezzi abili, in sanscrito upāya, sono nella tradizione buddhista i modi in cui il Buddha e i maestri adattano l’insegnamento a chi hanno davanti. Le mappe sono gli schemi e le liste del dharma: Kabat-Zinn le ama, ma ricorda agli istruttori di MBSR che, come dice il proverbio, la mappa non è il territorio. Dallo stesso saggio vengono le altre citazioni di Kabat-Zinn in questo post: gli ospedali che “funzionano davvero da «calamite di dukkha» nella nostra società” (in una nota aggiunge le scuole, le carceri e l’esercito) e lo stress, una parola che “ha in sé l’elemento del dukkha”.
Mark Williams è uno psicologo, fra gli ideatori della Mindfulness-Based Cognitive Therapy, una versione dell’MBSR pensata per prevenire le ricadute nella depressione.
Quattro Nobili Verità: il nucleo dell’insegnamento del Buddha, esposto secondo la tradizione nel suo primo discorso, il Dhammacakkappavattana Sutta, «il discorso che mette in moto la ruota del Dhamma». Le Quattro Nobili Verità, un po’ semplificate, dicono: 1) Il dolore esiste. 2) Il dolore ha un’origine. 3) Il dolore può finire. 4) C’è un metodo per farlo finire e il metodo funziona.

